La chiesa infinita, la costruzione della Sagrada Familia

Si potrebbe dubitare che le linee 2 e 5 della metropolitana di Barcellona siano tra le maggiormente trafficate fino a che, grazie a queste, non si giunge presso quello che certamente è riconosciuto come uno dei maggiori simboli della città. Quasi a rispecchiare il variegato spirito della grande metropoli, La Sagrada Familia, quest’opera immane, nata dal genio del famosissimo architetto Antoni Gaudì, si presenta quasi come un trauma per la vista di tutti coloro che improvvisamente se la ritrovano di fronte, una volta usciti dalla metropolitana.

Sagrada Familia

Un continuo slancio verso il cielo compie, in uno stile originale, ogni forma di questa splendida chiesa, le cui facciate, davanti e dietro, si issano ciascuna su quattro guglie altissime, ciascuna delle quali termina con una croce stilizzata, in vari colori. E’ buffo notare come non si sia soli nel perenne gesto di alzare continuamente lo sguardo per cercare di scrutare le altezze che l’aspetto della chiesa impone, come è buffo ascoltare le continue esclamazioni di meraviglia che ogni nuovo arrivato non riesce a contenere non appena si trova di fronte La Sagrada.

Una delle due facciate fronteggia un grazioso piccolo parco con un lago al centro e sembra ad un primo sguardo riprodurre gli stessi ornamenti caratteristici dell’arte gotica di cui pure Barcellona è culla; tuttavia, le forme così apparse rivelano la loro natura pur moderna e inedita come ci si avvicina un po’; e allora si può cogliere la presenza di un originalissimo ingresso nemmeno tanto alto, per così dire, spaccato a metà da una colonna piuttosto esile che sembra sorreggere tutta la magnificente scenografia di figure e statue che caratterizza un enorme arco a sesto acuto, appena percettibile poiché deformato in un andirivieni di pietra, che si apre su questa facciata e che si chiude parecchi metri più in alto con un albero, l’albero della vita, simile per forma al classico abete di natale, ricco di colombe alla cui sommità troneggia una croce sul cui capo è poggiato un volatile con le ali aperte. Ad uno sguardo più attento, proprio appena sopra l’esile colonna che aveva colpito l’attenzione, sta il centro nevralgico di tutta la rappresentazione, una natività con tanto di bue ed asinello rispetto a cui, tutt’intorno, pastori ed angeli sono in contemplazione.

Tutto si muove intorno alla figura della nascita di Cristo come in uno straordinario concerto di inchini ed estrema adorazione. Interessanti i Re Magi, anch’essi nell’atto della genuflessione mentre portano i loro doni, alla sinistra dell’entrata. Altrettanto interessanti ed originali sono le numerose altre figure che, tutte intorno alla figura del Cristo, sono rappresentate nell’atto di suonare strumenti come il violino, l’arpa o la chitarra. Elemento veramente curioso di questa facciata è anche il rosone, particolare caratteristico dell’arte gotica; elemento che non manca, ma che si intravede appena, coperto com’è da uno straordinario gigantesco tetto in pietra a forma di cono che sovrasta, in un vortice di forme curvilinee, quell’arco a sesto acuto ove è rappresentata la natività, fino a chiudersi con l’albero di cui si è detto. Quasi mimetizzati nella forte omogeneità di colore, che caratterizza un po’ tutta questa facciata, sono gli archi laterali che ugualmente imponenti, anche se più bassi di quello centrale, anch’essi sono sovrastati ciascuno da un tetto conico in pietra che, a più riprese deformato da numerosissime sculture intrecciate, finisce per chiudersi con una punta dalla forma irregolare. Contribuiscono a rendere il tutto ancora più imponente, le quattro enormi guglie che, come a nascere da dietro questi tre giganteschi archi, si slanciano verso il cielo raggiungendo quasi due volte l’altezza dell’arco maggiore.

La chiesa infinita

Anche guardando la chiesa solo dalla facciata non si può fare a meno di accorgersi che la Sagrada Familia è un’opera in continua costruzione e che pertanto esprime diverse architetture susseguitesi nel tempo; lo testimonia la sola ala sinistra che spunta dalla facciata e che, sebbene costruita in uno stile simile, presenta dei tratti visibilmente più recenti oltre ad essere marcatamente più chiara. Effettivamente, sin dagli inizi della propria storia, questa basilica ha attraversato alcune peripezie che l’hanno portata a conoscere la mano di diversi artisti, tant’è che nel 1882 la costruzione della chiesa fu iniziata dall’architetto spagnolo Francisco de Paula del Villar y Lozano il quale, in seguito ad un disaccordo con l’ente che gli aveva commissionato l’incarico, lasciò che Gaudì subentrasse al suo posto nel 1883. Il grande architetto lavorò alla realizzazione di questo progetto di stampo neogotico per circa 40 anni, dedicandovisi completamente negli ultimi 15 anni della sua vita. Ben prima che l’opera fosse finita, nel 1926, i lavori subirono una violentissima battuta d’arresto a seguito della morte del grande artista il quale fu travolto da un tram mentre passeggiava per Barcellona. Come se non bastasse, la basilica subì ulteriori perdite durante la guerra civile spagnola, ove vennero distrutte alcune parti dell’edificio, nonchè parte del laboratorio di Gaudì.

Dagli anni 40 in poi la chiesa ebbe diversi architetti come Francesc Quintana, Puig Brdosanada, Lluis Gari e Jordi Faulì. Le meravigliose sculture delle facciate della natività e della passione appartengono rispettivamente a  J. Busquets e  Josep Subirachs, mentre altre sculture altrettanto belle sono state realizzate dal giapponese Etsuro Sotoo. Si comprende pertanto come, anche colui che non si intende di discipline artistiche, avverta, già dai primi colpi d’occhio sulla basilica, che quest’opera è il complesso risultato di stili che, pur differenti, tuttavia convivono armoniosamente in un unico disegno.

Costeggiando la chiesa a destra ci si accorge sempre più di come oggi, purtroppo, questa mirabile opera umana sia diventata un enorme cantiere che, nella pur comprensibile foga di completare una costruzione così importante, rischia di offuscarne lo splendore. Non è possibile, infatti, tanto per cominciare, avvicinarsi nemmeno di poco alle pareti, in quanto tutt’intorno il perimetro è chiuso da una cinta muraria posta ad un raggio di almeno una decina di metri dalla chiesa; di tanto in tanto, scorgendo lo spazio che separa la il sacro edificio da questa recinzione, si assiste al non certo edificante spettacolo che può offrire qualsiasi super cantiere nel pieno della propria attività: piccole e grandi betoniere, sacchi di cemento ovunque, travi di legno, tondini di ferro, operai costantemente in movimento; insomma uno scenario che ben poco si sposa con ciò che ci si aspetta quando si va a visitare un simile monumento. Come sotto, così anche in alto la situazione non cambia; di fatti, oggi, non poche sono le gru che, vicine alle guglie, colpiscono anch’esse l’attenzione di chi passa; per non parlare delle numerose porzioni di edificio completamente coperte da teli verdi o bianchi. Addirittura, sul versante destro della chiesa, si può oggi assistere alla costruzione di quello che per il momento sembrerebbe una specie di colonnato dalle forme certo fantasiose e tondeggianti, ma dal quale tuttavia, ad ora, fuoriescono quei classici tondini di ferro caratteristici del cemento armato che certamente non fanno bene alla vista.

Giunti d’innanzi alla facciata opposta, che fronteggia un secondo parco, si rimane molto colpiti dal constatare come pur in una sostanziale continuità con le architetture offerte alla vista sino a quel momento, l’estetica di questa facciata presenta un motivo decisamente più moderno e straordinariamente originale. Sul magnifico sfondo di altre quattro enormi guglie, che insieme alle prime quattro, disegnano un po’ quello che è il motivo estetico portante della chiesa, si apre un gigantesco tetto spiovente sorretto da sei pilastri dalla forma veramente inedita. Si intuisce a questo punto come tale complesso architettonico sia stato concepito per lasciare che la vista abbia la possibilità di osservare molta parte della scena centrale esterna, che trova rappresentazione sotto questo ampissimo tetto; infatti i sei pilastri richiamati, esili e slanciati, sono disposti a due gruppi da tre, ciascuno dei quali, dal basso verso l’alto, tende a convergere dall’esterno verso il centro del tetto, assumendo dunque ciascun pilastro una notevole inclinazione che regala un effetto visivo veramente d’impatto.

Purtroppo questo magnifico ampio quadro è, ad ora, per quasi la metà, nascosto da una gigantesca impalcatura che lascia appena trasparire la presenza di tre dei sei pilastri. Fortunatamente tale ultimo inconveniente non impedisce di apprezzare la scena che si svolge sotto il tetto gigantesco che caratterizza questa seconda facciata della chiesa. Anche qui l’ingresso è diviso in due, ma, diversamente dalla prima facciata, la superficie qui subisce molto meno la mano dello scultore, rimanendo modernamente liscia, essenziale e pulita per tutti quei tratti che separano le pur molte scene rappresentate. Quasi a segnare la fine di un mistico percorso, questa seconda ed ultima facciata accoglie, al di sotto del suo gigantesco soffitto, le scene della passione.

La crocifissione

Al centro, appena sotto il tetto, la crocifissione del Messia offre l’emblematico esempio di come sia stato diversamente concepito questo secondo scenario; una suggestiva e originale scultura che, quasi in contrapposizione alla florida rotondità con la quale sono state realizzate tutte le opere presenti sulla facciata della natività, mostra un Cristo con un corpo geometricamente stilizzato, appeso ad una sorta di croce in metallo battuto che fuoriesce dalla parete dietro, appena sopra il capo di Gesù. Le sue braccia, rigide e spigolose, come del resto tutto il corpo, scolpito evitando volutamente la minima rotondità e prediligendo forme concave che si susseguono ove possibile senza mezzi termini; i tratti cupi, austeri e scarni delle figure che piangono presso la croce; tutti questi elementi trasmettono effettivamente una sensazione di desolazione esattamente speculare alla gioia espressa dallo scenario della natività.

Non fanno eccezione a questi principi stilistici anche i gruppi scultorei che caratterizzano tutte le altre scene della facciata. Colpisce l’aspetto dei soldati romani che, spesso presenti nelle varie scene, somigliano a cupi cavalieri medievali, ritti come colonne, impassibili, con armature rigide e minacciose; soldati cui il particolare stile scultoreo evidenziato poc’anzi, conferisce un’ulteriore aura quasi di malvagità. Superata la facciata della passione, in corrispondenza dell’angolo che incrocia questa con l’ultimo “lato lungo” della chiesa, si fa notare un curioso pilastro, sembra in pietra, mattoni e malta, a forma conica, con in cima una croce e un po’ più in basso la scultura di un grosso cappello papale con due grandi chiavi incrociate appena sotto. Una data a grandi numeri spicca sul basso alle due chiavi; il 1882, ovverosia l’anno di inizio dei lavori della Sagrada Familia. Proseguendo da li per tornare alla natività, volgendo uno sguardo continuo alla propria sinistra, si assiste ad uno spettacolo necessariamente povero e ci si rende conto di come La Sagrada, da quel lato, sia interamente in fase di costruzione. Un’enorme sagoma in cemento si impone infatti agli occhi di chi osserva la chiesa da questo versante; una sagoma che, anche con tutta la più buona volontà, non lascia almeno inizialmente molto spazio a commenti lusinghieri. Appena davanti a questa sagoma, una fila di otto enormi colonne in cemento armato fronteggia il lato della strada; colonne in verità costruite per qualche metro in alto, dalla fine delle quali spiccano decine e decine di tondini di ferro dritti e tesi al cielo. Al centro della sagoma, a dividerla in due parti perfettamente uguali, un’ampia serie di vetrate le quali sviluppandosi in verticale, proseguono fino alla cima e partono da un ingresso che separa le otto colonne in due gruppi da quattro.

Ebbene, solo dopo aver compiuto quest’ultimo percorso interamente, oltre a comprendere perché si sia previsto un fine lavori per il 2026, il pur ragionevole scetticismo circa l’opportunità di continuare a lavorare su un’opera la cui costruzione è cominciata circa 130 anni fa, china il capo a fronte di quella straordinaria volontà che, piano piano, a quanto pare sta dando alla luce un’altra magnifica facciata. Ed ecco che solo ora, l’entusiasmo per questa magnifica opera di passione, ingegno e fervore religioso fa dire che La Sagrada Familia è veramente unica, non solo come magnifica testimonianza di un percorso, cominciato più di cento anni fa, durante il quale molteplici sensibilità artistiche, pur differenti nello spazio e nel tempo, si sono susseguite lasciando su questo tempio la loro interpretazione della vita; ma anche come veicolo per mezzo del quale ancora oggi il sentire artistico è in grado di manifestarsi nel pieno delle propria potenza espressiva, in una continua interpretazione del sentimento religioso attraverso il tempo, che, come questa chiesa sta a dimostrare, non mancherà di sorprenderci anche negli anni a venire.